Scuola di Psicoterapia Psicoanalitica Esistenziale

“Gaetano Benedetti”

 

 

Orientamento e percorso scientifico - culturale della Scuola

 

I - Introduzione

 

Il pensiero psicoanalitico che, da qualunque vertice lo si osservi, trova origine nel desiderio di conoscenza, scoprì proprio al suo inizio il significato e il valore terapeutico del processo di comprensione. E questo vale nella stessa misura sia quando è rivolto all’Altro, sia quando, contemporaneamente, si riflette sul Soggetto. Com’è noto, in questo gioco di rimandi tra Io e mondo (o, se si preferisce, tra Sé e l’Altro), da Freud in poi si è costruito un edificio di conoscenze sempre più complesso e più articolato, abitato da psicoanalisti che operano ciascuno una propria particolare sintesi tra teoria, clinica e confronto reciproco. Nel corso di questa evoluzione si sono costituiti linguaggi che appaiono talvolta come dialetti più o meno vicini alla lingua comune, talvolta neolingue di difficile comprensione. Tuttavia sono largamente condivisi alcuni semantemi e concetti che, come pietre miliari, indicano e guidano un percorso, così che muovendoci dentro la complessità di quell’edificio possiamo almeno essere sufficientemente consapevoli del “luogo” dove ci troviamo e dell’obiettivo che vogliamo raggiungere. Di nuovo dunque la consapevolezza, sia come metodo sia  come obiettivo, ci guida (come Atena – Minerva) nella costruzione della mappa con la quale cerchiamo di orientarci. Nella costruzione del percorso didattico della Scuola di psicoterapia psicoanalitica esistenziale “Gaetano Benedetti” si sono dunque posti in particolare rilievo il pensiero e l’opera di Freud. Alcuni concetti centrali di Freud sono capisaldi, colonne portanti di quell’edificio e dunque del tutto imprescindibili. Non si potrebbe neanche parlare di psicoanalisi se si ignorassero o non si condividessero concetti come la teoria dell’inconscio e della formazione del sogno e dei sintomi, intuizioni che Freud fondò proprio su quell’irrinunciabile gioco di rimandi tra autoanalisi e osservazione dinamica del paziente; non solo, ma anche la teoria sessuale, i meccanismi di difesa, la teoria degli affetti, la metapsicologia, i modelli topici economici e dinamici, insieme alle tecniche di analisi del transfert e delle resistenze costituiscono fondamenti indispensabili. Gli insegnamenti seguiranno gli sviluppi successivi studiando i primi psicoanalisti, soffermandosi poi in particolare sullo studio del pensiero e dell’opera di Melanie Klein e di Wilfred Bion, fino a giungere agli attuali indirizzi.

 

 

La psicoanalisi, fin dall’inizio e nonostante le intenzioni del suo fondatore che la voleva parte delle scienze della natura, ha seguito un proprio itinerario regolato da uno statuto epistemologico problematico. Tuttavia, o forse proprio perché, come Freud affermava, la psicoanalisi condivideva la weltanschauung scientifica, in questa posizione critica non è stata sola. Infatti anche le discipline scientifiche fondamentali, come la fisica e la matematica, andarono incontro nei primi decenni del secolo scorso a cambiamenti profondi. Così come la psicoanalisi aveva scosso alcuni fondamenti della medicina e della psicologia, la fisica quantistica e la relatività (con Heisenberg, Bohr, la scuola di Copenhagen, e Einstein) perturbarono la fisica classica, e anche la matematica con Poincaré, Cantor, le geometrie non euclidee e Gödel, incontrò idee così sconcertanti da produrre un travaglio che dura tuttora. In quella fase di crisi, alcune discipline e alcuni protagonisti preferirono scotomizzare le novità e continuare a muoversi dunque in maniera sempre più autoreferenziale. Altri scelsero la via indicata dalla crisi e indirizzarono la ricerca e la sperimentazione verso il confronto, riuscendo così ad aprire sempre nuovi orizzonti.

 

 

 

Ripercorrendo il metodo di quelle esperienze di incontro tra discipline separate (medicina, psichiatria, psicoanalisi, filosofia, antropologia) che avvennero nella prima metà del Novecento, la Scuola propone un itinerario didattico che riguarda il confronto della psicoanalisi con la filosofia e, in particolare con la dottrina heideggeriana dell’essere-nel-mondo e con la lettura fenomenologica di Jaspers. Nodo centrale di questo incontro è l’analisi esistenziale di Binswanger che promosse il superamento di quel dualismo antropologico, inaugurato da Platone e ribadito dalla scissione cartesiana dell’uomo in res cogitans e res extensa, che era divenuto il modello culturale decisivo per la separazione delle scienze in scienze dello spirito e scienze della natura. La daseins-analyse di Binswanger prospetta inoltre il superamento della scissione tra soggetto e oggetto della conoscenza e, nella prassi psicoterapeutica, riprende quei rimandi reciproci tra autoanalisi e analisi del paziente, e pone le basi per contribuire a temi centrali del dibattito attuale come quelli sulla dinamica transfert-controtranfert, sulla psicoanalisi relazionale e sulla intersoggettività. Questo contributo riguarda dunque soprattutto il metodo, come ebbero modo di sottolineare, da versanti diversi, sia Franco Fornari che Medard Boss.

 

A questi incontri, quasi interdisciplinari, con Binswanger e Boss, e anche con Jaspers e Jung, che avvenivano regolarmente nella Svizzera degli anni ’50, con scambi di esperienze e di pensieri, partecipava anche Gaetano Benedetti. La formazione psicoanalitica di Benedetti, la sua esperienza clinica, il confronto con il pensiero e con l’opera di questi suoi interlocutori lo conducono a fondare la teoria psicoanalitica esistenziale.

La teoria della psicoterapia psicoanalitica esistenziale è approfondita nei seguenti capitoli:

 

  • III -   Natura della psicoterapia psicoanalitica esistenziale.

  • IV -   La psicoterapia delle psicosi di Gaetano Benedetti.

  • V - Psicoterapia psicoanalitica e conoscenza del Sé nella relazione umana.

  • VI -  Il ruolo dell’inconscio nella comprensione esistenziale dell’uomo  nella psicoterapia psicoanalitica  esistenziale.

  • VII - Il superamento del rischio del riduzionismo nella psicoterapia psicoanalitica esistenziale.

 

 

    La Scuola, ponendosi in diretta continuità con il metodo di Benedetti che, coniugando la psicoanalisi con l’analisi esistenziale ha saputo creare un metodo originale ed efficace, si propone di fornire agli allievi innanzitutto una salda base di teoria e clinica psicoanalitica attraverso le lezioni, i seminari, il tirocinio, l’analisi personale, le supervisioni individuali e di gruppo con i docenti che avranno come contenuto elementi di teoria, clinica e tecnica (setting, colloquio iniziale, presa in carico, sviluppo del processo terapeutico, sospensione e conclusione della psicoterapia); si propone inoltre di fare in modo che questa salda base così costituita si comporti come una preconcezione bioniana, capace dunque, attraverso l’attività di ricerca, di coniugarsi con le realizzazioni corrispondenti, in modo che si possano formare concetti evolutivi ed ulteriormente fecondi. L’attività di ricerca sarà realizzata attraverso i collegamenti, garantiti dall’esperienza e dalla costante attività didattica e clinica dei docenti, con le Università italiane ed europee, in particolar modo con quella di Perugia (il nascente Corso di laurea in psicologia) e con Società scientifiche nazionali ed internazionali.  Oggetto della ricerca saranno inoltre il linguaggio e la comunicazione, visti non solo in termini metodologici ma anche come sostanza con la quale costruire quei ponti e quei nessi nello spazio intermedio tra Io e mondo, tra soggetto ed oggetto, che consentono lo sviluppo e la crescita degli uomini e delle idee. Dal vertice psicoanalitico si guarderà dunque innanzitutto verso ambiti che si trovano oggi al centro del dibattito scientifico e culturale nell’intento di fornire ai medici e psicologi, allievi della Scuola, gli strumenti culturali e metodologici per raggiungere obiettivi di crescita che possiamo sintetizzare in due punti:

 

 

1.      sul piano teorico, la possibilità di costruire un fecondo confronto tra psicoanalisi ed analisi esistenziale, con l’intento di costruire nuovi ponti culturali per continuare a percorrere una strada di conoscenza che, allargando gli orizzonti, tenga vivi i contenuti e il metodo della lezione freudiana;

 

2.      sul piano clinico, acquisire gli strumenti per potersi confrontare non solo con la patologia nevrotica e psicotica, ma anche con quei quadri clinici complessi, oggi particolarmente diffusi, come le particolari problematiche dell’adolescenza, i disturbi del comportamento alimentare, le dipendenze, i disturbi psicosomatici e le cosiddette “implicazioni psicologiche” delle malattie organiche (cancro, disturbi cardio-circolatori e respiratori, malattie metaboliche e degenerative, …) che richiedono un approccio integrato centrato sull’individuo inteso come un’unità, piuttosto che su un organismo astratto, scisso dal significato storico-linguistico oppure, e in opposizione, su una mente ugualmente astratta e totalmente avulsa dalla materia del corpo.

 

II - Premessa

 

La scuola di Psicoterapia Psicoanalitica Esistenziale ha come modello di riferimento la teoria di Gaetano Benedetti uno dei pionieri della psicoterapia psicoanalitica delle psicosi e che con il suo pensiero ha influenzato profondamente la psicoterapia psicoanalitica al di là delle psicosi.

Attualmente in numerose nazioni europee (particolarmente in Svizzera, Germania, Austria, Francia, Italia, Danimarca, Norvegia, Finlandia, Svezia, Rep. Ceca) ed extra europee (Stati Uniti e Giappone), un numero crescente di psicoterapeuti lavora esclusivamente o in parte con il metodo psicoterapeutico di Gaetano Benedetti che, attraverso il suo pensiero ha positivamente trasformato la psicoterapia e la comprensione della  psicodinamica delle psicosi e più in generale la psicoterapia psicoanalitica della  sofferenza psichica e psicosomatica.

Maurizio Peciccia, fondatore insieme ad altri colleghi della scuola di psicoterapia psicoanalitica ed esistenziale,  negli ultimi 20 anni  è stato, oltre che allievo, anche il più stretto collaboratore di Gaetano Benedetti, perfezionando il modello  teorico della psicoterapia psicoanalitica esistenziale attraverso l’elaborazione di un modello di comprensione della psicogenesi e della psicodinamica delle psicosi e attraverso lo sviluppo di una tecnica  psicoterapeutica di comunicazione non verbale rivolta a pazienti con difficoltà e disturbi del linguaggio  denominata disegno speculare progressivo terapeutico.

La comune ricerca di Benedetti e Peciccia è stata presentata in centinaia di congressi (tra i quali  tre congressi internazionali sulla psicoterapia delle psicosi di Stoccolma 1991, Washington 1994 e Stavanger 1998), in 5 libri ed in 70  lavori  pubblicati su riviste internazionali.

 

Alcune note biografiche su Gaetano Benedetti

 

Gaetano  Benedetti nasce a Catania il 7.7.1920.

Dopo gli studi medici si trasferisce in Svizzera e lavora sin dal 1953 presso la Clinica Psichiatrica di Zurigo “Burghoelzli” collaborando con Manfred Bleuler e scambiando riflessioni cliniche settimanali con Carl Gustav Jung .

Nel 1957 è nominato professore di psicoterapia ed igiene mentale all’Università di Basilea dove  lavora sino al 1985.

Durante la sua attività dirige il servizio di psicoterapia ed igiene mentale del dipartimento psichiatrico universitario e tiene lezioni di psichiatria per 30 anni alla facoltà di Medicina dell’Università di Basilea fino al pensionamento per raggiungimento dei limiti di età nel 1985. Dal 1985 continua la sua attività di training per psicoanalisti, di consulente di numerose istituzioni psichiatriche  e di ricerca sulla psicoterapia delle psicosi. Dal 1987 ad oggi svolge i suoi studi sulla psicoterapia delle psicosi in particolare in collaborazione con il Dr. Maurizio Peciccia.

Gaetano Benedetti è autore di 500 pubblicazioni e di 30 libri di psichiatria, di psicoanalisi e in particolare di psicopatologia e psicoterapia delle psicosi.

E’ stato invitato come relatore a più di 1000 congressi in Europa, America e Giappone. Alcune delle sue opere sono state tradotte in 20 lingue.

Nel 1955 fonda insieme a Christian Mueller di Losanna, il Simposio Internazionale di Psicoterapia della Schizofrenia  che si svolge regolarmente con cadenza triennale e che oggi è considerato il principale congresso internazionale sulla psicoterapia delle psicosi.

Tra i suoi riconoscimenti ricordiamo: il premio Frieda Fromm-Reichmann (1971) il premio per attività scientifiche (Catania 1980) il premio Burckhardt per attività illustri in ambito psichiatrico ed umanistico (Basel 1981), la medaglia Prinzhorn per la ricerca di psicopatologia dell’espressione (Vienna 1985), il premio per la vita scientifica dedicata alla psicoterapia della schizofrenia (Washington 1994).

Gaetano Benedetti è membro delle:

Società Svizzera di Psicoterapia

Società Psicoanalitica Svizzera

Società Psicoanalitica Tedesca

International Psychoanalytic Association

American Accademy of Psychoanalysis

Società Svizzera di Psichiatria

Società Finnica di Psichiatria

Accademia Teatina Italiana

Nel 1992 il rettore dell’università di Basilea, Karl Pestalozzi, ed un gruppo di studiosi tra i quali il premio Nobel Werner Arber, candidano Gaetano Benedetti (a sua insaputa), al  premio Nobel per la Medicina

 

III - Natura della psicoterapia psicoanalitica esistenziale.

 

È possibile leggere la psicoterapia psicoanalitica esistenziale di Gaetano Benedetti in due modi diversi.

- Da un canto come una conoscenza specialistica, come un metodo particolare, che vale nel campo di quei gravi disturbi psichici, che denominiamo psicosi. Si tratta qui di un approccio che non nega la complessità del “fenomeno psicosi”, e cioè i suoi radicali biologici, ma che tiene alta la bandiera del concetto, che il dialogo con questi malati è possibile, e in un senso antropologico della parola, doveroso.

- L’altra lettura, è quella di una riflessione della psicoterapia psicoanalitica tutta, alla luce delle esperienze fatte in quella delle psicosi; riflessione che non si limita al teorico, ma che propone le tecniche usate nel campo specialistico delle psicosi quali ampie formule valevoli per il trattamento dei sofferenti psichici, siano essi schizofrenici, psicosomatici, depressi, borderline o neurotici. Là ove la psicopatologia circoscrive e separa, lì la psicoterapia, volta a comprendere i pazienti sulla base  della propria esistenza, riunisce ed allarga.

Premettiamo che già  modo di essere psicoterapeuta di Gaetano Benedetti è un modo di riunire, non in senso eclettico ma integrativo, correnti psicoanalitiche diverse.

Da Freud trae i concetti fondamentali di inconscio, di transfert, di difesa e di resistenza, da Jung quello della creatività dell’inconscio, dalla Sechehaye la realizzazione simbolica, da Federn il concetto dei confini dell’Io, da Melanie Klein il concetto di identificazione proiettiva, tanto per citare brevissimamente alcuni esempi. Aldilà delle correnti psicoanalitiche di riferimento Benedetti sviluppa i concetti originari del suo pensiero, quali quello della positivizzazione, della psicopatologia progressiva, della immaginazione terapeutica, del soggetto transizionale. Da tale complessità di origini risulta non solo un metodo specialistico, ma anche un significativo contributo allo sviluppo della psicoterapia dialogica tutta.

Un po’ dovunque nei suoi numerosissimi scritti Benedetti parla dell’identificazione parziale del terapeuta con il suo paziente, intendendola come interesse, compassione, empatia, attenzione, osservazione partecipe, regressione terapeutica parziale, vicinanza alla sofferenza, disposizione ad accogliere l’altro nel proprio mondo intrapsichico senza fondersi con esso. Una parte della propria persona sta per quella altrui come ci mostrano in particolare i sogni terapeutici, relativamente frequenti nella psicoterapia delle psicosi, ma possibili in ogni psicoterapia– ove si rimane sorpresi dal ritrovarsi nei vestiti del paziente, al di dentro del suo linguaggio, nel mondo della sua soggettività.

Una capacità umana, che è presente in noi tutti e diviene nello psicoterapeuta una sua passione esistenziale, dà luogo a fenomeni, la cui descrizione equivale a scoprire diversi piani, modi, ordini di identificazione col paziente.

Uno di questi è la simmetria nell’inconscio. Essa è ampiamente descritta da Benedetti nella psicoterapia psicoanalitica delle psicosi ma la portata del fenomeno da lui osservato si estende oltre il rapporto con l’individuo psicotico, col malato non capace di alterità; lo troviamo in realtà alla base di tutte le psicoterapie dialogiche.

In nessuna psicoterapia simile, un paziente che ordinariamente cerca di nascondere al mondo la sua sofferenza, sarebbe capace di aprirsi ad un terapeuta, se non sentisse inconsciamente la terapia come un porsi dell’altro sul suo stesso piano: “homo sum, nihil humanum puto a me alienum”.  Questo messaggio, che lo psicoterapeuta autentico invia quasi sempre silenziosamente al suo paziente, il messaggio cioé della propria disposizione interiore ad essere con lui sul suo piano di esistenza, apre tra psicoterapeuta e paziente  una comunicazione esistenziale trasformativa.

Più specificamente ciò significa anche che noi, sforzandoci di comprendere l’altro, o intuitivamente, o ponendolo nei nostri modelli razionali, creiamo i nostri simboli dai simboli patologici del malato. Questo spesso ha un suo mondo simbolico distorto; il modo come noi comprendiamo la sua distorsione non è mai il vissuto di essa, riservato al paziente, ma è un simbolo del suo simbolo. I nostri modelli di una malattia mentale, di una sofferenza psichica, di una schizofrenia o di una neurosi, sono tanti, mai del tutto verificabili, mai unificabili, mai definitivi, perché essi sono i nostri simboli dei simboli patologici dei pazienti.

Tutto ciò non significa solo comprendere, imparare il linguaggio del paziente, farlo nostro, trasmettere a lui le sue parole, essere con lui. Significa anche che noi ripetiamo in parte in noi stessi, il dramma dell’altro, lo internalizziamo; e precisamente lo ripetiamo entro una cornice di coscienza diversa, aperta a certi modi di esperire che sono ristretti o chiusi nel paziente; per cui ciò che in lui è rimasto  dissociato, muto e incosciente, diventa in noi coscienza, parola, dolore.

Tutto ciò rimanda al processo dell’identificazione parziale; al trovarci con lui e in lui con una parte della nostra persona, nell’ospitare il suo mondo in questa “metà” della nostra persona. Tale forma di vicinanza può essere bellissima o opprimente a seconda della personalità del terapeuta e del paziente; ci sono psicoterapeuti che affermano di “godere” il paziente e altri che in casi gravi ne sentono la presenza ed il “peso” in certi dolori muscolari o in vissuti psicosomatici alla fine della seduta.

Il problema essenziale è comunque quello di poter riservare al malato una parte della nostra persona e di sapere riservare a noi l’altra metà – magari difendendola contro di lui, se la sua ricerca simbiotica è eccessiva.

La metà libera dello psicoterapeuta trae vigore da quella patica perché, in contatto con essa, ne resta al di fuori, ed è così capace di operare quelle profonde trasformazioni, che occorrono contemporaneamente sul piano dell’oggetto e su quello del soggetto - e che possiamo descrivere ordinandole sulle tre grandi dimensioni temporali del passato, del presente e del futuro.

a)  La dimensione del passato. Noi trasformiamo il passato del paziente – ossia  ciò che apparentemente è definitivo- mostrando il suo profilo, il suo peso, il suo significato, il suo valore al paziente,  interpretandoglielo. Questa è una  trasformazione, che richiede da noi una prestazione cognitiva, e non più soltanto patica, identificatoria. Agli occhi del paziente il suo passato diviene, attraverso la nostra interpretazione, quello che esso non era ancora nei limiti esperienziali della malattia; qualcosa di affrontabile da parte del paziente stesso, il quale, anziché rimanere schiacciato dal suo peso, lo circoscrive in se stesso, ne scopre tutte le irrazionalità, contraddizioni, ingiustizie, ipocrisie, irrealtà e assurdità.

Ecco “l’opera di trasformazione comune”, valida in particolare in tutti i metodi interpretativi profondi e sempre presente in qualsiasi forma di psicoterapia che è sempre un lavoro sul passato patologico condiviso nella dualizzazione di esso.

b)  La dimensione del presente: essa è presente non solo nel fatto che l’interpretazione del passato avviene sempre in un presente terapeutico ma anche in quella che Benedetti definisce  “presentazione” ed “attualizzazione”, intendendo con ciò quella particolare ripetizione del passato, quasi sempre dolorosa, che si osserva sia nei sogni del paziente che in tante forme di transfert, ove il sofferente non sa distinguere fra passato e presente, perché vive quest’ultimo esclusivamente alla luce del passato.

Questa re-immersione nel passato, per quanto dolorosa, è ben più che una memoria, una reminiscenza o un giudizio di esso; è una possibilità unica di affrontarlo una seconda volta, oggi nel presente, per dare ad esso quella svolta, che la sola ragione è insufficiente a dare.

c) La trasformazione del male nella prospettiva del futuro. La prospettiva del futuro viene introdotta dallo psicoterapeuta in un mondo rattrappito che sembra conoscere molto della sofferenza passata e ben poco del suo superamento futuro.

La trasformazione terapeutica è rivolta al futuro in tanti modi: ad esempio attraverso l’esame di ciò che il sogno del paziente ci insegna, sul modo come lui deve affrontare il suo futuro.

Ad esempio ad una paziente non psicotica inibita nella sua aggressività compare in sogno una antenata nota per la sua natura mite e pacifica, che le consegna, le dà in mano una pistola ancora calda dello sparo: “sii aggressiva!”. Oppure: “evita questo e quell’altro. Impara cosa c’è di movimento, di progressione in te”.

Ma non solo il sogno ci insegna queste cose. Tutto il metodo del “disegno speculare progressivo”  sviluppato da Gaetano Benedetti con Maurizio Peciccia è fondato sulla progressione, sullo sforzo del terapeuta, che diviene ben presto anche lo sforzo del paziente, di estrarre dai nodi, le ombre, le macchie e gli scarabocchi di oggi, le figure, i movimenti, le speranze di domani.

La parola speranza è quindi una parola matrice del processo terapeutico. È la speranza del terapeuta, che è contemporaneamente una fede nelle possibilità del paziente e che è perciò anche l’unica carità di cui lui ha bisogno.

Tutte le fantasie terapeutiche, da quelle grafiche a quelle verbali, da quelle comunicategli a quelle rimaste silenziose e trasmesse attraverso l’inconscio, sono protese verso una trasformazione che è già in atto nell’atto stesso di osarla e che, sia il paziente che il terapeuta, sentono quale creatività.

 

IV - La Psicoterapia Psicoanalitica delle Psicosi di Gaetano Benedetti

 

Nella più vasta cornice psicoterapeutica descritta nel paragrafo precedente si localizza  la psicoterapia psicoanalitica con gli individui psicotici veri e propri.

Gli aspetti fondamentali del metodo psicoterapeutico di Gaetano Benedetti si possono ordinatamente disporre intorno a tre punti chiave:

 

A.  Trasformazione in positivo dell’esperienza psicotica,

B.   Transitivismo intersoggettivo,

C.   Psicopatologia progressiva.

 

Non si tratta di concettualizzazioni chiarificatrici del metodo in rapporto a una qualsiasi teoria, ma del tentativo di descrivere sommariamente tale metodo in base ai vissuti empirici del terapeuta e del paziente psicotico che, a partire dalla situazione di “non-esistenza” di quest’ultimo e dalla sua reclusione difensiva in un sistema autistico, evolvono fino a riportarlo alle soglie del nostro essere-nel-mondo, con ulteriori possibilità terapeutiche ricostruttive, sia sul piano interiore che su quello delle relazioni sociali.

 

A.  La trasformazione in positivo dell’esperienza psicotica si rappresenta come il vissuto psicotico correttamente riprodotto e riflesso “attraverso il terapeuta, dove il paziente può cogliere un’immagine positiva di sé in uno specchio”.

Ciò può accadere in più modi quali:

- la rettifica dei sistemi patologici di comunicazione,

- la predizione terapeutica delle qualità creative del paziente nascoste “sotto la maschera dei processi deformanti”;

- l’ingrandimento speculare dell’affettività negativa e perversa (che la mette a fuoco obiettivamente nel legame empatico)

- la duplicazione mitigata dell’autoidentità del malato,

- il ribaltamento psicoterapeutico della non esistenza del paziente in vissuti che confermano il valore della sua esistenza.

Le positivizzazioni –messaggi scambiati con l’intelletto e i lati scissi dell’affettività, tra il corpo e i sentimenti– si producono numerosi nel campo delle interazioni terapeutiche. Non solo le parole dell’uno e dell’altro, ma anche i semplici gesti, le occhiate, le espressioni del viso, i movimenti, le posture testimoniano la lettura reciproca nel comune linguaggio dell’anima, che infonde vita alla materia psicotica inerziale e la riformula in qualche forma lavorata e conclusa in una sua bellezza. Questo è il linguaggio del trascendimento simbolico.

 

B.     Il transitivismo intersoggettivo viene descritto spesso da Benedetti come la duplicazione terapeutica del fantasma di morte del paziente. Lo psicoterapeuta lo percepisce anche in sogno quando si trova in situazioni speculari della psicosi, in un labirinto, sull’orlo di un abisso, in una tomba, in un paesaggio lunare senza vegetazione. Secondo l’ esperienza di Benedetti, il paziente è in grado di sentire anche attraverso l’autismo, la situazione del terapeuta come una possibilità e un’offerta di vita. C’è sempre nello psicoterapeuta una forza che limita nello stesso tempo la morte.

Mentre nella psicoanalisi mostriamo al paziente nevrotico, specie mediante l’analisi del transfert e quella dei suoi sogni, in quale luogo (del suo passato o presente) egli si trova: nella psicoterapia psicoanalitica delle psicosi ci poniamo noi in quel luogo significativo del suo mondo, per trasformarglielo.

 

C.     Nel concetto di psicopatologia progressiva Benedetti riassume tutti questi aspetti comunicativi del dialogo, che sono contemporaneamente espressione sia della psicosi sia del suo divenire in un medium del rapporto e dell’insight. Un esempio brevissimo, che mette a fuoco il tema é quello del paziente che reagisce ad un’interpretazione non con un atto di comprensione cognitiva, ma con l’allucinazione di un raggio di sole, che penetra, dal soffitto al suolo, tutta la sua casa e lo “nutre”. Il paziente non era ancora capace d’insight, ma l’aveva già “vista”.

Molte manifestazioni psicotiche sono state viste nell’angolatura del concetto di regressione. Ad esempio: M. Klein (1952) ha concettualizzato la scissione come regressione alla posizione schizo-paranoide; M. Mahler (1952) ha descritto l’autismo come regressione alla fase infantile anoggettuale; E. Jacobson (1964) parla di transitivismo e appersonazione come regressione al livello neonatale ove il mondo è preoggettuale; per Winnicott (1958)  e Fairbain (1962) gli oggetti di transizione fanno parte del mondo infantile; il rapporto terapeutico è stato anche visto, da Searles (1965), in questa ottica di regressione.

Per Benedetti (1980) tutto ciò è anche vero, purché sia visto come un polo al cui opposto vi sia la “psicopatologia progressiva”, ossia una psicopatologia che ha la funzione di avere intenzioni comunicative e che inoltre esprime un progresso al di dentro di un (anche nuovo) sintomo psicotico. È dunque con questo nuovo uso della psicopatologia stessa, che non utilizza il concetto psicodinamico di insight (questa, come atto conoscitivo, sarà possibile al termine del trattamento), ma termini come “transitivismo” e “appersonazione” (con cui si descrive solitamente la perdita di realtà), che Benedetti (1980) invece descrive come il vero inizio dell’appropriarsi della realtà.

L’assimilazione di questa comincia su un nucleo di identità, lungo una dimensione di dualità, e infine come immagine e non ancora come concetto. Man mano che durante il processo terapeutico ciò si renda possibile al paziente, qualità dell’oggetto entrano nel Sé transitivizzato su di esso; il Sé si forma “per via di porsi”, per un processo di progressiva appersonazione, ove idee deliranti includono la persona del terapeuta; queste apportano allora al paziente certi elementi di realtà altrimenti impossibili.

Poiché il contatto con la realtà sociale avviene ancora lungo la dimensione allucinatoria o delirante, esso è tuttora psicopatologico; ma poiché il terapeuta, coinvolto nella nuova esperienza del paziente, non riduce o traduce il “protosimbolo” psicotico in concetti, ma lo accoglie come simbolo significativo, allora, nel mondo ancora asimbolico del paziente, si  verifica la creazione duale del simbolo.

La dualità è visibile anche dal punto di vista della creatività: la psicopatologia progressiva è creazione comune del paziente e del terapeuta.  Ricordiamo a questo proposito il concetto di “area di morte”, sviluppato originariamente da Benedetti nel libro: “Alienazione e personazione nella psicoterapia della malattia mentale”, per sottolineare una “polarità” che è propria della schizofrenia: all’interno dell’area di morte, della psicopatologia più severa, è contenuto quel nucleo di creatività, che non appare se non evocato e condiviso.

 

La psicoterapia psicoanalitica ed esistenziale delle psicosi di Benedetti si può così puntualizzare:

 

1) La confusione del paziente viene letta come un difetto di simbolizzazione.

L’immagine psicotica viene esperita e letta come simbolo dal terapeuta e diviene così, attraverso la sua risposta immaginativa, il protosimbolo del paziente.

2)  Modificazione del concetto psicoanalitico di astinenza

Questo rimane fondamentalmente valido come autodisciplina, riflessione di sé, continua indagine delle motivazioni inconsce, rinunzia a qualsiasi intervento che risulti di origine narcisistica. Ma l’astinenza si apre alla possibilità dell’azione, e di tecniche di arte terapia psicoanalitica quali ad esempio il disegno speculare progressivo, il dialogo musicale,  la drammatizzazione corporea, che prevedono l’inserimento del reale nella relazione dialogica.

3)  Il transfert

Ciò che essenzialmente distingue l’elaborazione terapeutica del transfert nelle psicosi dalla nota elaborazione psicoanalitica nelle nevrosi è il fatto, che nella psicosi, la insight (Einsicht) non è sufficiente, non è spesso possibile a causa della compromissione psicotica dei poteri cognitivi e della violenza anche allucinatoria di certe esperienze transferali. La risoluzione del transfert comporta qui, in modo più o meno simbolico ma anche come interazione affettiva reale, la riparazione (Wiedergutmachung) delle violenze anche allucinatorie di certe esperienze transferali.

Non si tratta di indagare se il paziente è veramente una vittima della violenza sociale, e dell’esistenza tutta, come egli crede, o se ciò è piuttosto una sua proiezione. Si tratta piuttosto di immergersi nella sua esperienza come un dato di fatto, per ripararla attraverso una dedizione psicoterapeutica, che naturalmente è fatta di procedimenti tecnici, di interpretazioni, immaginazioni, simboli, ma che è radicata in un particolare controtransfert, quale sorge in noi nella confrontazione con la morte psichica. Ricordiamo ad esempio un paziente di Benedetti affetto da un delirio di persecuzione che alla fine della sua psicoterapia raccontava  un sogno ove il persecutore, che aveva il viso del terapeuta, gli chiedeva perdono a nome di tutti i persecutori della sua vita.

4)  Psicogenesi delle psicosi

Per chi pensa in dimensioni psicodinamiche non è possibile dire in via definitiva cosa sia una malattia psichica. I suoi concetti sono sempre interpretazioni dei sintomi dei pazienti, simboli dei loro simboli – utili, sì, al proprio lavoro, alla formazione di una scuola di psicoterapia, ma sempre superabili dal pensiero di una o due generazioni successive.

Eppure, uno schema è necessario affinché le varie generazioni di psicoterapeuti si comprendano vicendevolmente nella trasmissione delle conoscenze e dei modelli    psicoterapeutici, e affinché il singolo psicoterapeuta rifletta sulle sue esperienze. Da queste riflessioni nasce sempre un ”modello”, che nella mente dell’autore è il migliore possibile, ma che sempre stimola chi lo apprende a portare il suo contributo e, eventualmente, a pensare “oltre”.

Il modello psichico ha sempre uno svantaggio e un vantaggio rispetto ad altri: non supera mai la soglia dell’ipotesi, poiché non esclude altri modelli paralleli. Ma il vantaggio è quello di aiutare il ricercatore ad aiutare i suoi pazienti, comprendendoli non soli individualmente (e questa è la prima massima cosa) ma anche in un sistema di idee riproducibile nell’incontro con vari pazienti.

Dopo quest’introduzione ci soffermiamo sul  modello di psicoterapia psicoanalitica delle psicosi schizofreniche.

Nella sua attuale posizione teorica  questo modello si è sviluppato negli ultimi 20 anni nella collaborazione tra Benedetti e Peciccia (Vedi in bibliografia “opere in comune di Gaetano Benedetti e Maurizio Peciccia”),  sulla base di 50 anni di dedizione ai malati psicotici da parte di Benedetti, sia dapprima nella clinica psichiatrica di Zurigo, ove, con l’opera di E. Bleuler nel 1911 è nato il termine stesso di schizofrenia, e ove Benedetti ha lavorato per dieci anni nella tradizione del maestro M. Bleuler, sia nel policlinico dell’Università di Basilea dove Benedetti ha esercitato per 30 anni come professore di psicoterapia e psicoigiene.

In questa cornice storica si è svolto il  pensiero di Benedetti, rivolto centralmente al disturbo schizofrenico della simbolizzazione (e alla creazione di simboli positivizzanti nella psicoterapia), e in cui ha avuto profondi scambi di idee con Rosen, con L. Binswanger, con G. Bally, con M. Boss, con M. Sechehaye, con Ch. Scharfetter, con Ch. Müller, con C.G.Jung, con M. Siirala, con S. Arieti, con il gruppo milanese dell’Associazione di Studi Psicoanalitici a Milano, e negli ultimi 20  anni, con M. Peciccia.

Buona parte della psicopatologia schizofrenica, viene compresa da Benedetti attraverso il concetto della perdita in profondità dell’immagine e dei simboli del Sé. Manca quindi spesso la possibilità di distinguersi veramente dagli oggetti (fusione con l’ambiente, il mondo) e con ciò quel rapporto che è reso possibile dalla distinzione. Il paziente tenta di difendersi dagli oggetti, che come continui introietti lo invadono e lo disorganizzano, attraverso la ritirata autistica e attraverso la creazione di oggetti interni fantasmatici, i quali talora vorrebbero esprimere un’attività creatrice del Sé, ma che d’altro canto sono sempre contaminazioni del proprio Sé con il mondo, e perciò spesso lo perseguitano. Alla perdita drammatica del rapporto con qualsiasi Tu, il paziente reagisce col tentativo di recuperarlo mettendo tutto ciò che lo circonda in un rapporto semantico con se stesso (delirio di riferimento, il quale è una contaminazione di difesa e di persecuzione); o anche cercando la propria identità nella razionalizzazione della sua assenza (“Io sono nessuno”) o nella diffusione di essa (identificazione con Dio). Ancora un altro tentativo è quello di recuperare le cose del mondo, con cui l’Io psicotico non può mettersi in rapporto, moltiplicandone i significati possibili e le assonanze dei nomi.

Dalla scuola dei Bleuler, Benedetti ha appreso la verità del “sintomo primario”, il complesso di scissione intrapsichica e chiusura autistica (è noto, storicamente, che la prima veniva sostenuta da E. Bleuler ,1911, l’altra da Minkowski (1927), che ne discutevano insieme nel “Burghözli”).

La scissione veniva considerata da E. Bleuler come disturbo associativo, dissociazione fra proposizioni linguistiche, che sono altrimenti collegate; da Freud come scissione fra rappresentazioni di parole e di cose (per cui le parole vengono usate come sostituti delle cose); da Bion (1956) come scissione fra contenuto e contenitore; da autori organicisti (Weinberger,1987 ), come mancanza di collegamento fra aree cerebrali prefrontali e aree mesolimbiche; da Benedetti e Peciccia come scissione fra sé simbiotico e sé separato.

 Per Benedetti e Peciccia (Benedetti e Peciccia 1994, 1998, Peciccia e Benedetti1996,1998) le origini delle scissioni psicotiche dell’inconscio sono da rintracciarsi nella primissima infanzia all’epoca della formazione del sé che avviene contemporaneamente in due spazi distinti:

a-in uno spazio intrapsichico, separato dall’ambiente, e

b- in uno spazio interpersonale, nella relazione simbiotica tra infante e  madre-ambiente.

Nella psicosi per Benedetti e Peciccia manca  l’integrazione tra area di sviluppo intrapsichica del sé (area del sé separato) e area di sviluppo intersoggettiva del sé (area del sé simbiotico).

Questa mancata integrazione causa due nuclei incompatibili del sè che sono entrambi non-sé l’uno rispetto all’altro; uno caratterizzato da eccessivi bisogni di unione simbiotica, l’altro da un eccessivo bisogno di separazione che prende aspetti autistici.

I due nuclei del sè, simbiotico e separato, si frammentano reciprocamente ogni volta che sono attivati affetti e bisogni di separazione o di vicinanza simbiotica.

Quando gli affetti e le pulsioni, attirano e spingono all’unione reciprocamente le immagini del sé separato e dell’oggetto sé simbiotico, provocano angosce di annullamento e di frammentazione. Per questo gli affetti sono scissi dalle rappresentazioni del sé e dell’oggetto-sé e le aree del sé separato e del sé simbiotico sono dissociate. Il paziente é a volte disperatamente solo, isolato, chiuso in un autismo impenetrabile, altre volte é invece fuso con l’altro e perde il proprio volto e la propria identità nell’altro che viene per questo evitato.

Poiché queste due opposte condizioni sono contemporaneamente e dolorosamente presenti,  si osserva il paradossale comportamento psicotico dove l’altro viene allo stesso tempo intensamente cercato e radicalmente evitato.

Per il rapporto stretto[1] tra corpo, inconscio e sé (Freud 1922,1938), la frammentazione del processo primario conseguente a lacerazioni, scissioni, assenze di comunicazioni e buchi nell’inconscio sono percepite dal paziente come lacerazioni corporee e come assenza o dislocazione di organi.

La lacerazione psicotica dell’inconscio trasmette l’eco di una deflagrazione che manda letteralmente in pezzi il corpo psicotico che perde i suoi confini, la sua coerenza e la sua precisa architettura interna; gli organi risultano allora fuori posto, spezzettati, assenti [2].

Il volto del paziente psicotico si deforma in un dolore indicibile, che produce vissuti di frammentazione,  disarticolazione e disgiunzione corporea.

Gli occhi perdono la loro connessione, la loro convergenza e la realtà é percepita su piani disarmonici non integrati, scissi.

La psicoterapia psicoanalitica delle psicosi di Gaetano Benedetti promuove indirettamente una sintesi psichica e un’integrazione delle lacerazioni psicotiche utilizzando i processi primari del terapeuta.

 Lo psicoterapeuta offre al paziente l’energia che si produce attraverso la sublimazione del proprio principio del piacere e delle proprie pulsioni libidiche, al fine di integrare i pezzi scissi dell’inconscio.

Considerando che la persona psicotica a volte non parla mentre altre volte parla usando le parole come cose (cose-corpo-immagini), le psicoterapie possono essere verbali o non verbali[3].

Se il paziente parla il terapeuta può utilizzare le proprie  libere associazioni ed il proprio processo primario terapeutico, per interagire con le cose e gli affetti scissi del paziente e riparare il processo primario frammentato.

Se il paziente non é raggiungibile dalla parola, la psicoterapia psicoanalitica esistenziale si basa su forme d’espressione non verbali al fine di comunicare con il paziente.

Sia nella via del disegno che nella via della musica che nella via della comunicazione corporea, il principio terapeutico é simile alla via della parola: utilizzo del processo primario terapeutico e sublimazione della pulsione sessuale  per collegare, nel transfert e nel controtransfert, i frammenti e gli affetti scissi dell’inconscio del paziente.

5) Tecniche di psicoterapia psicoanalitica delle psicosi.

Dalla  concezione teorica della psicosi descritta al punto precedente e dalla scoperta della potenza terapeutica dell’immagine trasformatrice,  si dipartono le due principali tecniche psicoterapeutiche psicoanalitiche del lavoro di Benedetti: da un canto la  psicoanalisi delle psicosi, ossia la linea tradizionale del lavoro di Benedetti, che ha ormai 50 anni di storia; dall’altro le artiterapie psicoanalitiche nella  collaborazione con Maurizio Peciccia,  negli ultimi 20 anni.

La prima è una modificazione della psicoanalisi, che qui si adatta al suo oggetto di studio, da cui viene profondamente plasmata.

La seconda via è l’arteterapia psicoanalitica che è esemplificata nella tecnica del disegno speculare progressivo di Benedetti e Peciccia, nel dialogo sonoro della musico terapia (Benenzon R.: Manuale di Musicoterapia Borla, Roma 1980) e nel rispecchiamento progressivo dei movimenti corporei nella danzamovimento terapia.

La prima via si è svolta nella  scuola milanese (Associazione Studi Psicoanalitici) assieme a Piermaria Furlan, nello studio di 50 schizofrenici cronici, la cui terapia  ha permesso l’80% di ottimi risultati, presentati in una relazione di Furlan e Benedetti all’VIII Simposio Internazionale di Psicoterapia della Schizofrenia (1984) nell’Università di Yale a New Haven. La seconda si è svolta presso l’Università di Basilea e l’Università di Perugia nello studio di 25 pazienti schizofrenici cronici assieme a Maurizio Peciccia ed i colleghi dell’associazione Sementera in particolare Paolo Catanzaro, Simone Donnari, Francesca Maschiella e Giuliana Nataloni. I risultati sono stati presentati da Benedetti e Peciccia nel corso dell’ X, XI, XII, XIII e XV Simposio Internazionale di Psicoterapia delle Psicosi a Stoccolma(1991), Washington (1994), Londra(1997), Stavanger(2000) e Madrid(2006).

 

 

A- La via della parola.

La psicoterapia delle psicosi, come scrive Gaetano Benedetti (1987) “...ha lo scopo di creare un’integrazione terapeutica del paziente che arrivi profondamente nell’inconscio, in modo da incoraggiare nel paziente una sintesi intrapsichica attraverso lo specchio di ciò che avviene nel campo duale paziente-terapeuta”.

Il terapeuta  utilizza l’energia desessualizzata della sublimazione per connettere, in questo campo duale, affetti e frammenti scissi dell’inconscio-corpo del paziente, offrendo la propria coesione psico-somatica ed il proprio processo primario sano come matrice d’integrazione e di comunicazione per le parti scisse del paziente.

 “Una simile integrazione-scrive ancora Benedetti (1987)- dipende dalla capacità del terapeuta di entrare nel mondo della persona psicotica utilizzando simboli condivisi con il paziente, dalla trasmissione di fantasie creative del terapeuta e dall’offerta d’interpretazioni psicodinamiche nutrienti per l’Io. Tutto ciò stimola, nell’interno del mondo psicotico frammentato, quelle forze psicosintetiche necessarie all’integrazione”.

Queste forze psicosintetiche, che si attivano nel campo duale paziente terapeuta, si manifestano attraverso la trasmissione d’immagini terapeutiche trasformatrici, di sogni terapeutici, di soggetti transizionali, di simmetrie e di fenomeni speculari nella diade paziente-terapeuta.

Come scrive Brian Koheler (2006): “Benedetti vede le immagini terapeutiche trasformatrici come derivate dalla capacità del terapeuta di identificarsi con le catastrofi interiori del paziente e di viverle come se fossero proprie fino al punto in cui possono essere mobilizzati nuclei psicotici latenti del terapeuta” (Benedetti, 1987).

Questa mobilizzazione, che Benedetti chiama “identificazione terapeutica parziale”, é seguita da un’integrazione tra i nuclei psicotici ed i nuclei sani del terapeuta che si verifica attraverso un processo primario che definiamo “terapeutico” in quanto é in grado di collegare le rappresentazioni lacerate del sé e gli affetti scissi.

Il paziente s’identifica, successivamente, con il terapeuta (“contro-identificazione”) ritrovando in lui il proprio processo primario meno frammentato ed il proprio sé meno scisso, più integrato.

 “La controidentificazione del paziente con il suo terapeuta, visibile nell’accettazione delle interpretazioni del terapeuta, é possibile nella stessa misura in cui il terapeuta si identifica con il paziente e ne introietta le esperienze e le parti frammentate” (Benedetti,1987).         

 Il terapeuta non interpreta il transfert ma utilizza l’analisi del transfert per disporsi alla giusta distanza dal paziente.

Così, di fronte ad un transfert autistico, caratterizzato da eccessivi bisogni di separazione, il terapeuta, confronta il paziente con il sé simbiotico scisso collegandolo al sé separato.

Viceversa, di fronte ad un transfert caratterizzato da un eccesso di bisogni simbiotici, il terapeuta avvicina il paziente al sé separato per integrare la separazione nella simbiosi.

La ripetizione continua di questi movimenti trasforma la simbiosi patologica in simbiosi terapeutica (simbiosi integrata alla separazione).

 “Nella psicoterapia della schizofrenia, il paziente impara a distinguere l’oggetto dal sé, e a organizzare le sue funzioni egoiche frammentate in quanto il terapeuta permette di essere usato come un oggetto simbiotico” (Benedetti 1987) così come il paziente é un oggetto simbiotico per il terapeuta (Searles 1965).

 

B- La via delle arti. (Musico terapia, arte terapia, danza-movimento terapia).

Se il paziente ha scissioni del linguaggio verbale troppo intense e non può parlare, il terapeuta può comunicare con il paziente attraverso disegni, musiche o drammatizzazioni utilizzando il processo primario terapeutico per collegare all’interno di un linguaggio preverbale, i frammenti scissi dell’inconscio del paziente (Benedetti e Peciccia 1991,1998).

La parziale identificazione del terapeuta con la scissione del paziente é uno dei primi processi della psicoterapia delle psicosi attraverso le arti terapie. Nella fase iniziale quando non é ancora possibile una espressione verbale della sofferenza psicotica il processo si fonda infatti su un movimento che inizia nel terapeuta che introietta ed ospita in se stesso la lacerazione psicosomatica del paziente.

Se la condivisione terapeutica del dolore psicotico fosse completamente simmetrica il processo psicoterapeutico potrebbe bloccarsi e l’incontro rischierebbe di cristallizzarsi in una sorta di folie a deux.

Il nostro essere psicoterapeuti é fondato sull’azione riparatrice dei  nuclei sani della nostra personalità che sutura e rammenda la dissociazione indotta dall’incontro con il paziente, integrando quei nuclei psicotici eventualmente innescati dall’identificazione parziale con il dolore mentale del paziente. Questo processo di riparazione ed integrazione della lacerazione psicotica può essere espressa per via non verbale attraverso l’uso di materiale grafico, musicale o gestuale.

Il paziente ha una base percettiva, visiva acustica o tattile per potersi identificare con il terapeuta ritrovando in lui, parzialmente integrata, la propria scissione.

Nella dualità la sofferenza può essere raccontata nonostante l’assenza delle parole, il dolore acquista un senso che, anche se non é ancora pienezza di significato, può essere direzione, speranza di un percorso trasformativo.

Nella comunicazione sia verbale che non verbale col paziente psicotico Benedetti distingue tre dimensioni:

La dimensione simbiotica: di essa ci ha parlato per primo Searles (1965). La “simbiosi terapeutica” si manifesta in tanti modi: nella “fantasmizzazione terapeutica” attraverso cui il terapeuta trasmette al paziente di aver recepito il suo mondo interiore; nel sogno terapeutico; oppure, nell’ambito delle arti terapie, nella simmetria grafica, sonora o gestuale, ove il terapeuta, attraverso la sua produzione non verbale si mette al posto del paziente.

Quando ciò avviene, non solo con la parola che traduce in simboli i vissuti del paziente, non solo con la mano che traccia le stesse linee di lui, che produce i suoi stessi gesti ed i suoi stessi suoni, ma anche con il suo inconscio che attraverso la simmetria psicomotoria si identifica parzialmente con l’altro, allora il paziente recepisce la disposizione del terapeuta di farsi simile a lui. Tale simbiosi terapeutica non è dissociativa come quella patologica, di cui soffre il paziente, perché il terapeuta si avvicina al paziente come “alter ego”.

La dimensione della “Positivizzazione”: è visibile nell’attimo in cui il terapeuta “positivizzando” rompe la simmetria col paziente, contrappone una sua immagine a quella negativa del paziente, non negando quest’ultima, ma trasformandola.

Tale “asimmetria creatrice” ha il significato, di aprire alla psicopatologia nuovi sbocchi fantasmatici, di estrarla dalla chiusura autistica, di confermare nella dualità l’identità del paziente, ma anche di iniziare la separazione terapeutica, l’avvertirsi diversi pur nell’idenficazione. È, infatti, l’integrazione di simbiosi e separazione, di cui ha bisogno l’Io psicotico.

La  dimensione  della reciprocità. Con questo termine Benedetti intende dire, che nulla di ciò che appare nel campo delle interazioni è di esclusiva appartenenza all’uno o all’altro polo della coppia; il terapeuta si configura nello specchio del paziente (come dice il termine di “disegno speculare” o di “rispecchiamento sonoro” ) ed il paziente si mette anche lui al posto del terapeuta dualizzante e positivizzante. In tal modo il paziente s’ identifica parzialmente con una persona coerente e coesa, la quale si “dissocia” solo per recuperarsi intera nel recupero del paziente.

Il paziente psicotico è, a differenza del neurotico, incapace di simboli. Tutto nel suo linguaggio è pseudo-metaforico, incapace di rimandare ai concetti; le cose sono realtà, espresse nei “protosimbolo schizofrenici.

Col termine di “protosimbolo” Benedetti intende il delirio, l’allucinazione, che per il paziente non può ancora essere simbolo ma solo un segno che lo rimanda alla realtà ultima della cosa. Il protosimbolo può essere tuttavia un germe del simbolo nella trasformazione terapeutica. Se noi riusciamo a modificare il protosimbolo nel discorso verbale, grafico, artistico o gestuale col paziente, in modo tale che la nuova edizione del protosimbolo sia una nuova immagine ampliata rispetto a quella patologica, ampliata in modo che lasci posto anche per noi accanto al paziente, allora, avremo fatto una proposta psicoterapeutica.

Ad esempio, all’immagine di una paziente, secondo cui Gesù e Barabba sono fratelli, perché essi hanno una madre comune, Maria, il terapeuta risponde che egli vede quest’immagine (delirante) come un simbolo bellissimo, il quale ci dice che la paziente ha scoperto in sé un principio materno, che riunisce le parti buone e le parti cattive di sé, accorgendosi così che lei non è frammentata in queste parti, ma è, come ogni essere umano, la sintesi di esse. Questa dizione, che va incontro alla ricerca di Sé nel paziente, è una nuova formula, che riproducendo e migliorando il pensiero della paziente lascia in esso un posto per la nostra razionalità.

Al protosimbolo manca quella componente razionale, che permette distinguere fra il simboleggiante e il simboleggiato. La trasformazione terapeutica del protosimbolo in simbolo avviene attraverso l’accettazione, la comprensione e la valorizzazione dell’immagine proto-simbolica nella dualità affettiva.

È da tenere presente che lo “specchio terapeutico” non deve solo positivizzare, esso deve anche poter rispecchiare un’aggressione del paziente, certo non con una controaggressione del narcisismo ferito, ma con una precisa osservazione o con una interpretazione, che ha un significato terapeutico: il paziente non deve sentirsi solo un debole da proteggere, ma un compagno anche da sfidare.

 

 V - Psicoterapia psicoanalitica e conoscenza del Sé  nella relazione umana

 

La psicoterapia  psicoanalitica esistenziale di Gaetano Benedetti s’ innesta  entro i grandi temi della storia dello spirito umano, essa non è infatti solo una tecnica terapeutica dai risultati più o meno discutibili, una fucina di ipotesi psicologiche non sempre facilmente verificabili, la psicoterapia psicoanalitica esistenziale, nella teorizzazione di Gaetano Benedetti è una nuova comprensione del Sé nella relazione ed una nuova filosofia esistenziale dell’uomo nella scoperta dell’inconscio.

Già l’antica Grecia conosceva la dualità maieutica nella tradizione socratica del discorso; ancora più in là nel tempo la ritroviamo in India, nel rapporto affettivo fra maestro e allievo. Ma la dualità psicoanalitica è al di là di ciò, anche al di là del modello ispirato alla Divina Commedia di Virgilio e di Dante; poiché l’analista è non di rado, specie nella terapia delle psicosi, colui che non si limita ad insegnare, ma nelle vicissitudini del transfert e contro-transfert assume su di sé la sofferenza del malato, aiuta il suo paziente non solo raddrizzandogli la vista ma soprattutto assorbendone le emozioni.

La conoscenza di Sé, la meta di ogni processo psicoanalitico, anche se mai pienamente raggiunta, era già un ideale di tutta l’antichità, e la “modernità” della psicoterapia psicoanalitica sta non tanto nel suo rinnovamento, in una sua rinascita, quanto nei nuovi metodi di tale “cognoscere”, oltre che nella sua applicazione alla medicina.

L’aumentata percezione di sé, che avviene nella psicoterapia psicoanalitica anche nel silenzio reciproco e che deriva non solo dalla comunicazione inconscia ma anche dall’ascoltare se stesso nello specchio silenzioso di chi ascolta, è forse qualcosa di unico nella storia dello spirito; non esiste cioè in alcuna forma di maieutica o di ermeneutica passata. È solo possibile dire, che tale approfondita percezione di sé, mai totalmente traducibile in parole, è tuttavia presente come concetto nella ricerca filosofica dell’uomo senza però venir localizzata nella situazione dell’ascolto.

Con queste considerazioni preliminari ci avviciniamo al concetto fondamentale, che  illumina la psicoterapia psicoanalitica esistenziale,  quello della compenetrazione di soggetto e oggetto nella relazione analitica.

Con il termine di “compenetrazione” Benedetti intende non una “fusione”, ma una costituzione del soggetto nella relazione con l’«oggetto» e viceversa. 

Il terapeuta manifesta e comprende se stesso, il suo posto nell’umana esistenza, la sua validità umana attraverso ogni suo detto, ogni sua associazione ed interpretazione.

Egli è, accanto al paziente uno specchio di se stesso, che si guarda anche dall’altro lato dello specchio. Anche se egli è, più che in qualsiasi altra situazione sociale, un oggetto di se stesso, anche se egli è soggetto più del paziente nel compito della riflessione e “pesa” ogni propria parola e ogni suo silenzio, egli deve essere di fronte a se stesso assolutamente autentico. Egli diviene un essere autentico attraverso il rapporto con il paziente, in quanto supera se stesso stando interiormente dove sta il suo paziente.

Spesso le interpretazioni del terapeuta si sforzano di essere obiettive, fondate cioè su osservazioni ripetute e accurate, che perciò raggiungono il livello della “scientificità possibile” in questo genere di lavoro. Ma esse sono sempre interpretazioni, ossia simboli dei simboli dei pazienti, animati e vivificati dalla soggettività del terapeuta, senza la quale esse rimarrebbero aride osservazioni e priverebbero il paziente del suo sé, della sua libertà di essere anche diverso dal suo ritratto analitico.

Ogni interpretazione è dunque un incontro. Il pericolo che il paziente venga “manipolato” dalla interpretazione terapeutica, viene superato dal fatto che ogni genuina interpretazione muove da un’istanza che non è semplicemente il terapeuta, ma “un soggetto transizionale”, che si configura nella intersoggettività fra terapeuta e paziente. Questi non è il di lui “materiale” che viene analizzato dal terapeuta, non è in fondo il suo “oggetto”, ma è la persona che con il suo inconscio fornisce al terapeuta le interpretazioni adatte[4], anche quelle che incontrano resistenze.

E così come il paziente diventa il suo “Sé vero” attraverso lo scambio dialogico, così anche il terapeuta approfondisce se stesso nell’identificazione col paziente e nella confrontazione con esso.

Fra paziente e terapeuta si stabilisce così una dipendenza reciproca; non solo il paziente è dipendente dal suo terapeuta ma questi è anche dipendente dal suo paziente, nel senso creativo e non solo libidico della parola. Ciò che distingue tale reciprocità da un legame limitante la libertà dei due è la discriminazione dei piani della dipendenza, che nel paziente è anzitutto “bisognosità” e nel terapeuta è la percezione che egli riceve dal paziente il movimento che egli dà a lui.

È tale potente, e spesso inconscia e creatrice dipendenza reciproca, che permette nella relazione – in tal modo simmetrica – l’asimmetria fra sano e malato, fra medico e paziente, fra progressione e regressione, fra autorità e no.

L’uno parla, l’altro tace; l’uno svela se stesso, l’altro resta apparentemente perfino enigmatico; l’uno, il paziente, trova forse la relazione fondamentale della sua vita nel rapporto con il suo terapeuta, l’altro è in relazione con tanti pazienti. Tale asimmetria sarebbe insostenibile e non potrebbe mai condurre ad una individuazione, se essa non fosse controbilanciata dalla simmetria descritta.

 

VI - Il ruolo dell’inconscio nella comprensione esistenziale dell’uomo nella psicoterapia psicoanalitica di Gaetano Benedetti

 

Quattro sono gli aspetti fondamentali in cui si colloca il ruolo dell’inconscio  nella psicoterapia psicoanalitica esistenziale di Gaetano Benedetti.

1.      L’inconscio come luogo psichico, ove è “nascosto”, ma sempre presente, un dolore insostenibile dalla coscienza;

2.      L’inconscio come luogo psichico ove si cela la conseguenza di una privazione esistenziale senza una coscienza di essa;

3.      L’inconscio come luogo psichico ove risiede una potenzialità evolutiva esclusa dalla possibilità di svolgerla e verificarla con la coscienza.

4.      L’inconscio come forma e medium di comunicazione.

 

l) Il primo aspetto riguarda il “rimosso” freudiano, la rimozione di memorie ed emozioni spiacevoli. Esso rimane nel modello di Benedetti fondamentale: la nostra vita cosciente è solo una parte dei nostri vissuti, e la scoperta degli strati più antichi, altrimenti sottratti alla memoria, costituisce per il paziente e il suo terapeuta un lavoro di “ricostruzione archeologica”, di cui solo certi pazienti che hanno ritrovato se stessi sono pienamente coscienti.      

2)    Il secondo aspetto riguarda la situazione dei gravi malati psichici, ove intere zone della loro identità in seguito a mancanze di essenziali esperienze relazionali non si sono formate; fra esse affiorano come isole brani della coscienza. È questo un tema della  ricerca di mezzo secolo di Gaetano Benedetti.

3)  Ma esso non avrebbe potuto svolgersi senza la contemporanea ricerca di quei “vuoti”, ove stanno, talora come fossili di generazioni passate, le possibilità evolutive dei pazienti;

4)  e queste emergono in psicoterapie attraverso quelle comunicazioni inconsce fra paziente e terapeuta, che costituiscono appunto il quarto aspetto dell’Inconscio.

 

VII - Il superamento del rischio del riduzionismo nella psicoterapia psicoanalitica esistenziale

 

Nella psicoterapia psicoanalitica esistenziale attraverso l’interpretazione noi non riveliamo la natura della cosa umana, la verità esistenziale dell’individuo ma proponiamo soltanto un nuovo punto di vista che risulta allargato dall’esame duale del fenomeno. L’interpretazione risulta dall’assorbimento terapeutico, dalla elaborazione terapeutica del vissuto del paziente. Tale assorbimento presenta il vantaggio di appersonare il vissuto del paziente nel vissuto di un terapeuta che da un canto si identifica col paziente, è in simbiosi con lui, e dall’altro è un altro essere umano, separato da lui pur nell’identificazione.

Così, il vissuto rielaborato dal terapeuta va incontro alla possibilità di essere “purificato” da tutte quelle proiezioni falsificanti che sono proprie della sofferenza mentale. Ma il rischio tuttavia presente è quello di una falsificazione del vissuto del paziente proprio attraverso il filtro della personalità e della teoria terapeutica.

Il superamento del rischio del riduzionismo nella psicoterapia psicoanalitica esistenziale significa che il soggetto non può altrimenti costituirsi che nel suo mondo; che esso non preesiste alla relazione; che esso è coevo alla formazione del Tu; che esso è dunque costituzionalmente un “essere con” – come ci mostra tutta la storia umana, ma come in nessun luogo dello spirito è così visibile tanto quanto in psicoterapia.

E viceversa, l’oggetto non viene, nel mondo dell’umano, scoperto dal soggetto; esso si forma nel grembo delle sue proiezioni creatrici. Il modo come noi esperiamo il paziente diviene parte intima della sua storia, ed esso non esiste altrove che nella relazione esistenziale con noi.

 

 Bibliografia

 

BENEDETTI G.: Alienazione e personazione nella psicoterapia della malattia mentale. Einaudi, Torino, 1980.

BENEDETTI G.: Psychotherapy of Schizophrenia. New York University Press. New York, 1987.

BENEDETTI G.: La parola come cura. A cura dell’ASP (Associazione Studi Psicoanalitici). Franco Angeli. Milano, 2006.

BENEDETTI G., FURLAN P.M.: Psychotherapy of Schizophrenia. Hoger and Hueber, New York 1993.

BENENZON R.: Manuale di Musicoterapia. Borla, Roma 1980

BLEULER E.: Dementia praecox oder die Gruppe der Schizophrenien. In: Handbuch der Psychiatrie. Hrsg. B. Aschaffenburg, Deuticke, Leipzig-Wien, 1911. Trad. it., Dementia praecox o il gruppo delle schizofrenie. La Nuova Idea Scientifica, Roma 1985.

BION W.R.: Learning from experience. Medical Books. 1972 Tr. it.: Apprendere dall’esperienza. Armando 1972.

BION W.R.: Development of Schizophrenic Thought. In: Int. J. Phycho-Anal., vol. 37, 344-46, 1956.

FAIRBAIN W.R.D.: Psychoanalytic Studies of the Personality. Tavistock, London 1962.

FREUD S.: Psychoanalytische Bemerkungen ueber einen autobiographisch beschriebenen Fall von Paranoia (Dementia Paranoides), 1911. Tr. It: Osservazioni psicoanalitiche su un caso di paranoia (Dementia paranoides) descritto autobiograficamente. OSF, vol. 6; GW, vol.VIII; SE, vol XII.

FREUD S.:Das Ich und das Es, 1922. Tr. it. L’Io e l’Es, OSF, VOl 9, 611-5; GW, Vol.XII, 253; SE, Vol. XIX, 26;

 FREUD S.: Abriss der  Psycoanalyse, 1938. Tr. it.: Compendio di psicoanalisi. OSF, Vol. 11; GW Vol.XVII; SE,Vol. XXIII.

JACOBSON E.: The Self and the Object World. International Universities Press, New York 1964. Tr. It. Il Sé ed il mondo oggettuale. Martinelli, Firenze 1964.

KLEIN M.: Some Theoretical Conclusions Regarding the Emotional Life of the Infant, 1952. Tr. It., Alcune conclusioni teoriche  sulla vita emotiva del bambino nella prima infanzia. In Scritti 1921-1958, Boringhieri, Torino 1978.

KOEHLER B. : Lecture at the XV ISPS Congress. Madrid 2006.

MAHLER M.: On Child Psychosis and Schizophrenia. Autistic and Simbiotic Infantile Psychoses. Psychoanal. Study Child, Vol.7, 286-305, 1952. Tr. it. Le psicosi infantili, Boringhieri, Torino, 1972.

MINKOWSKI E.: La schizophrénie. Psychopathologie des schizoides et des schizophrénes. Payot, Paris 1927. Tr.It. La Schizofrenia. Bertani, Verona 1980.

SEARLES H.: Collected Papers on Schizophrenia and Related Subjects. The Hogart Press and the Institute of Psychoanalysis. London, 1965.Tr. it.: Scritti sulla schizofrenia. Bollati Borenghieri editore.Torino, 1974.

WINNICOTT D.W.: Collected Papers.Through Paediatrics to Psycho-Analysis. Tavistock Publications. London, 1958. Tr. it. Dalla Pediatria alla Psicoanalisi. 337-8. Martinelli, Firenze, 1975.

WEINBERGER D.R.: Implication of normal brain development for the pathogenesis of schizophrenia. Archives of General Psychiatry; 44: 660-668, 1987.

 

Gaetano Benedetti e Maurizio Peciccia scritti in collaborazione


PECICCIA M., BENEDETTI G. et al.: La pittura come mezzo di integrazione del Sè nella relazione terapeutica.

In Annal.Neurol.Psichiat. 89,pp.145-164,1988.

BENEDETTI G.,PECICCIA M.: Das Katathyme Spiegelbild.Im G.Bartl und F.Pesendorfer (hrsg.).Strukturbildung im therapeutischen Prozess.Literas 1989.

PECICCIA M.,BENEDETTI G.:Das progressive therapeutische Spiegelbild.Eine neue Methode in der Psychotherapie der Psychosen.Im:Neurologie und Psychiatrie 3,296-304.Braun.Karlsruhe,1989.

PECICCIA M.,BENEDETTI G.: Das progressive therapeutische Spiegelbild.Therapie Woche Schweiz,Z.Sonder Heft,189-194,Sennwalo/Sg,Juli 1989.

BENEDETTI G.,PECICCIA M.:Das progressive therapeutische Spiegelbild.Eine Methode in der Behandlung von psychotischen Jugendlichen.Im Lempp(Hrsg).Die Therapie der Psychosen im Kindes und Jugendalter.Huber,Bern,Stuttgart,Toronto.1990.

M.PECICCIA,G.BENEDETTI: The birth of identity in the psychotherapy of schizophrenia through therapeutic progressive mirror drawing.In P.Borri,R.Quartesan (Ed.).Usa-Europe Joint Meeting on therapies and psichotherapies of Schizophrenia.Perugia.Arp,1990.

G.BENEDETTI,M.PECICCIA:Les psychoses fonctionnelles.In Etudes psychiatriques de Bellelay.Les Psychoses:Rien de nouveau?N1 Octobre 1990.

BENEDETTI G.,PECICCIA M. : Die Funktion des Bildes in der gestaldenden Psychotherapie bei Psychosepatienten.Im:H.Petzold,I.Orth (Hrsg.).

Die neuen Kreativitàtstherapien.Kunst-Therapie-Kreativitàt.Junfermann-verlag.1990.

G.BENEDETTI;M.PECICCIA:Dem omedvetna terapeutiska fantasin vid psycoterapi med psykoser och borderlinetillstand.In Benedetti G.:Den farliga karleken.Dualis.Ludvika 1990.

G.BENEDETTI,M.PECICCIA: Bild,spegelbild och symbol i psykoterapi med psykoser.In enedetti G.:Den farliga karleken.Dualis.Ludvika 1990.

G.BENEDETTI,M. PECICCIA:Den progressiva terapeutiska spegelbilden.In:Benedetti G.:Den farliga karleken.Dualis.Ludvika 1990.

G.BENEDETTI,M.PECICCIA: L'art en psychiatrie et le processus psychotherapeutique. Psychotherapies,1991,No 4,pp.193-206

G.BENEDETTI,M.PECICCIA:New insight in the psychotherapy of adolescent schizophrenics.In Christian Eggers (Ed.):Schizophrenia and Youth.Springer verlag.New York,Berlin,Heidelberg 1991.

M.PECICCIA,G.BENEDETTI:Il ruolo dell'espressione non verbale delle emozioni nello studio delle interrelazioni umane nella psicoterapia delle psicosi.Rassegna di studi psichiatrici.Vol.LXXX.
4.479-510.1991.

 

M.PECICCIA,G.BENEDETTI:Progressive mirror drawing as a factor fostering the psychotherapy of psychotics with disturbances in verbal communication.In P. Borri, R.Quartesan, P.Moretti(Ed.):Usa-Europe conference on facilitating climate for the therapeutic relation in mental health services. Arp. Perugia 1992.

G.BENEDETTI,M.PECICCIA: Die unbewusste therapeutische Phantasie in der Therapie der Psychosen und Borderline faelle. In Benedetti G.:Psychotherapie als existentielle Herausforderung.
Goettingen.Vandenhoeck und Ruprecht.1992.

G.BENEDETTI,M.PECICCIA: Bildgestaltende Psychotherapie. In Benedetti G.:Psychotherapie als existentielle Herausforderung. Goettingen.Vandenhoeck und Ruprecht.1992.

M.PECICCIA,G.BENEDETTI: Identiteetin synt skitsofreenikon terapiassa progressiivisen, peilaavan piirtamisen kautta. Psykoterapia 2/1993.

G.BENEDETTI, M.PECICCIA: Die Psychotherapie der Psychosen als Interaktion zwischen bewussten und unbewussten psychischen Vorgaengen und zwischen imaginativ-bildhaftem und einschichtig-begrifflichen Denken. In Bernd van Husen (Hg.):Psychotherapie der  Psychosen.Qintessenz,Berlin-Muenchen 1993.

G.BENEDETTI, P.M.FURLAN, M.PECICCIA: Emergency Interventions and Direct Interventions in Psychotic Crisis during Psychotherapy.
Int. Forum Psychoanal.2:226-236,1993.

 

M.PECICCIA, G. BENEDETTI, P. BORRI: Illustrazione iconografica del processo di ricostruzione dell’identità nella psicoterapia delle psicosi. In La psicologia analitica nella cultura e nella clinica. A cura di Gabriele Borsetti. Edizioni Clua. Ancona, 1995.

G.BENEDETTI,M.PECICCIA: Psychotherapie der Psychosen.
Anal.Psychol.1994;25:26-44

G.BENEDETTI,M.PECICCIA: Psychodynamic Reflections on the Delusion of Persecution. Nord. J. Psychiatry, 1994;48:391-396.Scandinavian University Press. Oslo-Copenhagen-Stockholm.

G. BENEDETTI, M. PECICCIA: Symbol und Schizophrenie.In G. Schottenloher (Hrsg.). Wenn Worte fehlen, sprechen Bilder. B.2.
Koesel. Muenchen 1994.

M. PECICCIA, G.BENEDETTI: Das progressive therapeutische Spiegelbild. In G. Schottenloher (Hrsg.). Wenn Worte fehlen, sprechen Bilder. B.2. Koesel. Muenchen 1994.

BENEDETTI G., PECICCIA M. : In G.Benedetti: Innen und Aussen lassen sich nicht unterscheiden. PMS aktuell. 1994; 2:7-9. Zuerich

M. PECICCIA, G. BENEDETTI: The Psychotherapy of schizophrenics with severe languages disturbances through progressive mirror drawing.In Conference proceedings of third european arts therapies conference.Volume 3.Edited by Herman Smitskamp and Zigi Fibert.University of Hertfordshire-Hatfield,1995.

G.BENEDETTI, M.PECICCIA: Das schizophrene Symbol in der Kunsttherapie.In F.Tretter und W. Bender (Hrsg.)
Kunsttherapie in der Psychiatrie.Claus Richter Verlag.Koeln 1995

G. BENEDETTI, M. PECICCIA: La scissione schizofrenica riconsiderata.Quaderni Associazione di Studi Psicoanalitici 5: n. 11, 1995

G. BENEDETTI, M. PECICCIA: Sogno Inconscio, Psicosi. Metis. Chieti. 1995

M. PECICCIA, G. BENEDETTI: La scissione Sé separato- Sé simbiotico nella psicodinamica della schizofrenia e l'approccio psicoterapeutico attraverso il disegno speculare progressivo.
Interazioni.65-80; 1-1995/5 Franco Angeli

M. PECICCIA, G. BENEDETTI: La comunicazione psicoterapeutica con il paziente schizofrenico attraverso il disegno speculare progressivo terapeutico. Riflessioni alla luce di una storia clinica.Quaderni Associazione Studi Psicoanalitici 5: n. 12, 1995.

 

G. BENEDETTI, M PECICCIA: Art et Processus psychotherapeutique. Sud Nord Rev. Intern. N. 3.221-223. Eres. 1995


M. PECICCIA, G. BENEDETTI: The splitting between Separate and Symbiotic States of the Self in the Psychodinamic of Schizophrenia.
Int.Forum Psychoanal 5: 23-38, 1996

 

G. BENEDETTI, M. PECICCIA: Interazioni affettivo-rappresentazionali del paziente e del terapeuta nella psicoterapia delle psicosi. Setting, Anno I, N. 1, 7-21. 1996

 

G. BENEDETTI, M. PECICCIA: Our Psychodinamic model of Psychotic and Schizoid Phenomena and of their Psychotherapy. In P. Borri, R.Quartesan, P.Moretti, S. Elisei (Ed.): Borderline and Psychotic Disorders: Therapeutic Strategies. Arp.Perugia 1996.

 

G.BENEDETTI,M.PECICCIA Vom Psychopathologischen Wesen der Schizophrenie.In Strobl R.(Hrsg.):Schizophrenie und Psychotherapie. Pro mente, Linz 1996.

G.BENEDETTI, M.PECICCIA: L'attività immaginativa del terapeuta nella psicoterapia di pazienti borderline. In Rivista Italiana di Psicoterapia e Psicosomatica. Anno 8° n.2 , 65-86, 1996.

M.PECICCIA, G. BENEDETTI: La comunicazione in immagini nella psicoterapia delle psicosi. In Rivista Italiana di Psicoterapia e Psicosomatica. Anno 8° n.2 , 89-116, 1996.

G. BENEDETTI, M. PECICCIA: Future trends in Psychotherapy. Plenary lecture at the international congress on "The state of the art in psychiatry". Basel, Switzerland June 19-21, 1997

M. PECICCIA, G. BENEDETTI : The splitting between separate and symbiotic states of the self.Lecture at the XII international symposium on the psychotherapy of schizophrenia. London 1997

G. BENEDETTI, M. PECICCIA: Was sind und wie wirken imaginative Verfahren in der Psychotherapie von psychotischen Kranken ? In : Imagination in der Psychotherapie , Kttje-Birnbacher, U. Sachsse,E. Wilke (Hrsg.), Huber, Bern 1997.

G. BENEDETTI, M. PECICCIA : Psychoterapia. Sucast komplexnej terapie chorych na schizofreniu.
Betlehem,Trencin 1997.

G.BENEDETTI, M. PECICCIA: La fantasia terapeutica inconscia nella terapia delle psicosi e di casi borderline. In G. Benedetti: Psicoterapia come sfida esistenziale. Cortina. 1997.

 

G.BENEDETTI, M. PECICCIA: Claude (Descrizione di un caso clinico). In G. Benedetti: Psicoterapia come sfida esistenziale. Cortina. 1997.

 

G.BENEDETTI, M. PECICCIA: Figurazione e processo psicoterapeutico. In G. Benedetti: Psicoterapia come sfida esistenziale. Cortina. 1997.


G. BENEDETTI, M. PECICCIA, E. NEUBUHR,  J.P. ZINDEL: Botschaft der Traeume. Vandenhoeck u. Ruprecht.Goettingen 1998.

 

M. PECICCIA: Der Traum in der psychotherapie der schizophrenie. In G. BENEDETTI, M. PECICCIA, E. NEUBUHR,  J.P. ZINDEL: Botschaft der Traeume. Vandenhoeck u. Ruprecht.Goettingen 1998.


G. BENEDETTI, M.PECICCIA L'idea delirante nell'approccio affettivo-rappresentazionale.

In: Affetti e pensiero, orientamenti psicoanalitici. ( pp. 236-253). Moretti e Vitali.1998

M.PECICCIA, G.BENEDETTI. The integration of sensorial channels through progressive mirror drawing in the psychotherapy of schizophrenic patients with disturbances in verbal language. The Journal of the American Academy of Psychoanalysis. Vol.26 N.1, Spring 1998.  The Guilford Press, New York, London.1998.

 

G. BENEDETTI, M. PECICCIA: The ego structure and the self-identity of the schizophrenic human and the task of psychoanalysis. Int. Forum Psychoanal.7: (169-175), 1998

G. BENEDETTI, M. PECICCIA. Attualità del concetto di dissociazione mentale. In: Psicopatologia della schizofrenia (pp.93-106). A cura di Mario Rossi Monti e Giovanni Stanghellini. Raffaello Cortina Editore.Milano, 1999.

G.BENEDETTI, M.PECICCIA. Rehabilitation von chronisch schizophrenen Patienten durch das positivierende therapeutische Spiegelbild. In S. Mentzos (Hrsg.) Forum der Psychoanalytischen Psychosentherapie Band 1. Vandenhoeck & Ruprecht. Goettingen,1999.

 

G.BENEDETTI, M.PECICCIA Die Bildgestaldende Entwicklung der Psychotherapie. In Journal fuer Kunst Gestaltung und Therapie. 1+2, 20-31/1999.

 

G.BENEDETTI, M.PECICCIA: Schizofrenia. In L’universo del corpo, Vol. V (417-421);Istituto della Enciclopedia Italiana Fondata da Giovanni Treccani. 2000.

 

G.BENEDETTI, M.PECICCIA Unsere Erfarungen in der Kunsttherapie von psychotischen und borderline Patienten. In Kunst& Therapie, n. 29 Richter Verlag,, Koeln 2000.

 

G.BENEDETTI, M.PECICCIA Das Schoepferische in der Psychotherapie der Psychosen. In T. Meissel und G. Eichberger (Hrsg.) Psychiatrie im Aufbruch. Edition Pro Mente. Linz, 2000.

 

G.BENEDETTI, M.PECICCIA. Selbstbild, therapeutisches Spiegelbild, Selbstobjeckt und Uebergangsobjekt im Traum und in der Imagination. In Imagination. Universitatsverlag. Wien 3/2000.

 

M.PECICCIA, G. BENEDETTI, G.B. SCHMIDT: Rehabilitation of chronic schizophrenics patients.  In Acta Psychiatrica Scandinavica, Supplementum, NO 404 (33-34), Vol.102, Munksgaard, 2000.

 

 

G. BENEDETTI, M.PECICCIA: Schoepferische Zweideutigkeit des Traumes. In Gruppenpsychotherapie und Gruppendynamik. 3/2000. Vandenhoeck & Ruprecht. Goettingen, 2000.

 

 

M. PECICCIA: Die Entwicklung meines Denkes im Gespraech mit Gaetano Benedetti. In Die Kunst des Hoffens. Begegnung mit Gaetano Benedetti. (Hrsg. B. Rachel. Vandenhoeck & Ruprecht. Goettingen 2000.

 

 

G.BENEDETTI, M.PECICCIA. Integriertes Bilderleben in der Therapie der Psychosen.in U. Barke, W. Rosendahl (Hrsg.): Psychotraumatologie und Katathym-imaginative Psychotherapie. Pabst. D-49525,Lengerich.2001.

 

G. BENEDETTI, M.PECICCIA: Selbstbild, therapeutisches Spiegelbild, Selbstobjeckt und Uebergangsobjekt im Traum und in der Imagination. In Forum fuer Kunsttherapie: das progressive therapeutische Spiegelbild. 14.Jahr. Heft 1/2  (Doppelnummer), Zuerich, 2001.

 

G. BENEDETTI, M.PECICCIA: Die Entwicklung meines Denkens in Zusammenarbeit mit Maurizio Peciccia. In Forum fuer Kunsttherapie: Das progressive therapeutische Spiegelbild. 14.Jahr. Heft 1/2  (Doppelnummer). Zuerich, 2001.

 

 

M. PECICCIA, G. BENEDETTI: Paul. In Forum fuer Kunsttherapie: Das progressive therapeutische Spiegelbild. 14.Jahr. Heft 1/2  (Doppelnummer). Zuerich, 2001.

 

 

M. PECICCIA, G.BENEDETTI: Theoretische Reflexionen ueber den Fall Paul; In Forum fuer Kunsttherapie: Das progressive therapeutische Spiegelbild. 14.Jahr. Heft 1/2  (Doppelnummer). Zuerich, 2001.

 

 

M. PECICCIA, G. BENEDETTI: Das  progressive therapeutische Spiegelbild. In Forum fuer Kunsttherapie: Das progressive therapeutische Spiegelbild. 14.Jahr. Heft 1/2  (Doppelnummer). Zuerich, 2001.

 

 

G. BENEDETTI, M. PECICCIA: Percorsi dell’arte terapia. In Arti terapie.Anno VII. (pp.20-21) Roma, 2001.

 

M.PECICCIA, G.BENEDETTI: Das  progressive therapeutische Spiegelbild und die sensorische Integration verschiedener Sinneswahrnehmungen in der Psychotherapie der Psychosen. In T.Meissel u. G. Eichberger: Perspektiven einer kuenftigen Psychiatrie. Edition Pro Mente. Linz 2002.

 

 

M. PECICCIA, G.BENEDETTI: Unsere Psychotherapie der schizophrenen Psychosen. In Psychotherapie der Psychosen. Battegay R., Isler E., Nicola M.(Hrsg.).Reinhardt Verlag.Basel, 2002

 

 

M.PECICCIA, G.BENEDETTI: Neue Erfahrungen in der Pschotherapie der Psychosen. In Ertl M.: Ich bin tausend Ich. Facultas. Wien, 2002.

 

G. BENEDETTI, M. PECICCIA: La positivizzazione terapeutica. In: G. Benedetti, M. Peciccia et al.: La parola come cura. A cura dell’ASP (Associazione Studi Psicoanalitici). Franco Angeli. Milano, 2006.

 

 

 

Sei il visitatore numero:

 

 

     

Copyright © 2008 Libera Associazione. Tutti i diritti riservati

Ultimo aggiornamento: 24-03-09